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Marshawn Lynch: una bestia dentro e fuori dal campo

A Torino abbiamo incontrato Beast Mode, ma le cose non sono andate esattamente come ci aspettavamo...

  • 9’ di lettura

È risaputo che tra Marshawn Lynch e i giornalisti non corra buon sangue, ma chi poteva immaginare che Beast Mode fosse ostile anche con i suoi fan?

Il mestiere della star non deve certo essere facile. Si è costantemente sotto i riflettori, puntati dagli obbiettivi dei paparazzi, riconosciuti e fermati per strada. La fama può logorare, perchè non lascia spazio alla privacy e spesso genera un conflitto tra la persona pubblica e quella privata che può portare alla pazzia.

Ci sono celebrità che riescono a gestire la cosa, mentre altre sono notoriamente scortesi (o peggio) anche nei confronti dei fan.

Vogliamo raccontarvi la nostra esperienza torinese con Marshawn Lynch, una delle superstar NFL più maleducate e scortesi in circolazione.

(Andi King photography)

Il Gridiron Experience Camp

Che spettacolo il Gridiron Experience Camp, organizzato a Torino da Riccardo Merola (che ringraziamo) durante il weekend del 30 giugno: 200 ragazzi (bambini, ragazze e giocatori senior) a sudare come pazzi, sotto i raggi cattivi di un sole californiano (senza il corollario della brezza oceanica ma con la compagnia della cappa dell’immobile afa italiana), seguendo le indicazioni dei coach di Cal, la mitica University of California.

Lamenti? Zero! Entusiasmo? A mille!

Anche perché, oltre ai coach superbi, anche se dai nomi meno conosciuti, spiccava la presenza di due giocatori della NFL: Giorgio Tavecchio e Marshawn Lynch.

Il primo è il nostro vanto nazionale della palla ovale, l’uomo che ha inseguito il suo sogno fino a giocarsela, da protagonista, con i più forti del mondo.

Il secondo è un mito assoluto per chi si nutre di pane e football. Specie per quelli che, con un Oceano di mezzo, mai nella vita avrebbero sperato di poter vedere da vicino (e addirittura allenarsi) con Beast Mode.

Tutto magnifico, tutto come nei sogni più belli di chi gioca a football con fatica e sacrificio in un Paese nel quale i palloni, per tutti, sono tondi e si usano con i piedi: non solo al Camp di Torino regnava la palla ovale, ma a tenerla in mano c’era una delle icone di questo sport.

(Andi King photography)

Ma è proprio qui, purtroppo, che si innesta l’unica crepa di una due giorni che tutti i presenti porteranno sempre e comunque nel cuore.

Per restare in clima americano prendiamo in prestito una frase della settima stagione di The Big Bang Theory: “Fa male conoscere i propri idoli. Mai sbirciare dietro le quinte della fama e della celebrità, perché se lo fai li vedrai per come sono davvero…” Parola di Sheldon Cooper.

Siccome qui non siamo in una un sit-com che ha bisogno di frasi ad effetto, smorziamo pure un po’ i toni e togliamo l’ultimo pezzo della frase: perché nessuno ha la pretesa di capire, in un paio di giornate, come una persona “sia davvero”.

Possiamo raccontare, però, come una persona sia stata “davvero” in quei soli due giorni, limitatamente all’esperienza che ciascuno può avere vissuto dentro di sé, senza spingersi oltre certe considerazioni più generali che non ci competono.

Andi King photography

Mr. Impossible

Per fare questo, allora, forse basterebbe intercettare gli status postati su Facebook di chi, presente al Camp, ha sottolineato la propria delusione.

Oppure potremmo fare l’elenco delle promesse di interviste mancate, della sessione di autografi annunciata e mai realizzata, della scelta di dileguarsi da una porta secondaria e sparire senza nemmeno salutare le decine di fan accorsi da tutta Italia.

Tante piccole cose che hanno lasciato l’amaro in bocca a tutti gli ammiratori di Beast Mode. Certo, diciamo anche che, per tutti coloro che erano lì a Torino, Lynch era più che mai Lynch per quei soli due giorni! Era l’eroe inaspettato, a portata di mano, solo per il tempo del Camp.

Lynch, invece, è Marshawn Lynch tutti i giorni, ovvero è un campione che avrà le sue continue richieste di foto, autografi e strette di mano e, a volte, innalzare una corazza è l’unico metodo per difendersi.

Però, è anche vero che tutti i presenti si sono allenati in maniera esemplare: disciplinati, sudati da buttare via, e vogliosi di imparare: un selfie alla fine dell’allenamento, per loro, sarebbe stato come un Heisman Trophy da portare per sempre nel cuore.

Forse, la sproporzione valeva la pena del gesto: 5 secondi per una firma o una foto, che valgono un ricordo per la vita.

(Andi King photography)

Invece: nulla! Ad ogni richiesta, la sua risposta era sempre e solo una: “Impossible!”

Una firma sul cappellino dei Raiders? “Impossible!”.

Due minuti per un’intervista? “Impossible!”.

Un selfie ricordo per mio figlio? “Impossible!”

Una foto (costo 25 euro, da devolvere alla fondazione promossa da Lynch) su cui mettere un segno della propria presenza? “Impossible!”.

Inevitabile che, per tanti ragazzi, a quel punto, Marshawn Lynch sia diventato Mr Impossible, inafferrabile come quando sul campo evita i placcaggi. Solo che, questa volta, fermarsi qualche minuto non avrebbe fatto perdere nessuna partita, ma regalato un sorriso in più a chi, comunque, un allenamento con Lynch lo porterà per sempre nel cuore. Nonostante tutto.

Non è neppure il caso di fare confronti con altri, perché ognuno ha la sua personalità e la sua storia. Allenare pochi kicker non è come seguire un plotone di running back; parlare italiano aiuta più che masticare un americano incomprensibile; essere meno “star”, nella NFL e nella vita di tutti i giorni, può facilitare l’uso della pazienza verso fan e appassionati. Alla fine tutto questo si traduce in gioie, sorrisi e pensieri di aver incontrato, davvero, qualcuno di speciale.

(Andi King photography)

Qualcuno ricorda bene, per esempio, l’Italian Bowl del 2017 a Vicenza, e ancora si porta nel cuore il sorriso di Calvin Johnson, il minuto di intervista, la foto o la stretta di mano sincera…

Ma, ripetiamo, è giusto che rimangano delle storie separate, che meritano ognuna il proprio racconto.

Così come meritano un applauso senza riserve tutti gli organizzatori e i volontari (Croce Rossa compresa) che si sono prodigati affinché il Camp fosse il successo che è stato! Una festa di football e di sport che ha fatto bene a tutti i presenti: giocatori, giornalisti, tifosi e semplici curiosi. L’attimo di delusione passerà, come il sudore dopo una bella doccia; e quello che rimarrà è la felicità di sentirsi stanchi morti a causa della propria passione.

A chi è rimasto male per una foto mancata, per l’assenza anche di una semplice pacca sulla spalla, allora, lanciamo una provocazione: concentratevi sul bello di tutto quello che è successo. Gustatevi il mal di gambe che per qualche giorno vi perseguiterà. Portate nel cuore, e sul campo, i consigli dei coach di “Cal”.

Sorridete: avete vissuto un’esperienza fantastica.

E ribaltate la prospettiva, come quando si cerca nella difesa avversaria un punto debole a cui non si aveva ancora pensato: e se, a perderci più di tutti, fosse stato proprio Mr. Impossible?

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