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C’è solo un Tavecchio…

  • 11’ di lettura

Giorgio Tavecchio e Carlo Tavecchio, due destini scritti nello stesso nome

Il kicker Giorgio Tavecchio sta facendo sognare tutti gli italiani malati di NFL, Carlo Tavecchio invece si è dimesso dopo che la nazionale di calcio ha mancato la qualificazione ai mondiali.

Ora immaginate la scena. Anno 2059. Cucina high tech con forno a comando vocale e ricettario olografico proiettato su elettrodomestici con intelligenza artificiale. Sul divano a sospensione magnetica dell’open space affacciato su piazza Obama (esatto, gli hanno dedicato una piazza per il cinquantenario della sua elezione), un bambino guarda sul tablet pieghevole e ultrasottile un articolo sull’Italia del 2017. A un certo punto si imbatte in un nome sconosciuto. Il bambino ha solo 7 anni, ma si impegna a leggere sillabando: “TA–VEC-CHIO”. 
Alza la testa dal tablet e guarda il nonno che sonnecchia sulla sedia di vimini: dice di star comodo solo su quella, uno sgangherato reperto risalente al millennio scorso.
“Nonno”, chiama il bambino.
Il vecchio apre un occhio.
“Nonno, chi era Ta-vec-chio?”


Il nonno si risveglia di botto. Erano anni che non sentiva quel nome.
 Immediatamente i pensieri corrono indietro: è anziano, ma non del tutto rincoglionito. Se li ricorda bene quei mesi del 2017: ancora gli rode tornare al freddo di San Siro, a quella sera in cui si sgolò fino a perdere la voce ma l’Italia venne esclusa dai mondiali.

Si ricorda la voglia di tirare bestemmie fino alla mattina. Ma, soprattutto, si ricorda bene il nome che più di tutti, insieme a quello del c.t dell’epoca, gli aveva fatto salire la pressione: Ta-vec-chio!
 Proprio quel nome, però, gli suscita anche un altro, immediato, ricordo: di quando quella stessa sera, tornato a casa incazzato con il mondo e non riuscendo a dormire, si era messo a riguardare la partita della settimana prima dei “suoi” Raiders. E alla fine del secondo quarto, con la palla sulle 36 yard e 1 secondo sul cronometro, gli era finalmente tornato il sorriso. Perché da lì, aggiungendo le canoniche 17 yard per snap ed end zone, il kicker italiano dei Raiders aveva messo a segno il calcio più lungo della sua carriera: 53 yard. E ben si ricorda il nome di quell’uomo che, poche ore dopo una delle più cocenti delusioni da sportivo italiano, gli aveva fatto ritrovare un pò di orgoglio patriottico: Ta-vec-chio!

A chi si riferisce, ora, suo nipote? Quale Tavecchio viene citato in quel tablet futuristico che riporta a galla momenti così lontani? Una domanda decisiva, perché lui, che quei momenti li ha vissuti, conosce le opposte sensazioni suscitate dalle storie dei due uomini uniti solo dal cognome.
 Per carità, a vederla da oltre 40 anni di distanza, nessuno dei due ha cambiato le sorti dell’umanità, quello è un privilegio (o un peso) riservato a pochi; ma se è vero che la storia è fatta da un’infinità di episodi messi uno in fila all’altro, quei nomi, almeno nel suo animo, qualche traccia l’hanno lasciata.
 Sta a lui scegliere quale delle due storie raccontare al nipote curioso. A pensarci, entrambe potrebbero insegnargli qualcosa, perché, si sa, nei personaggi delle storie si possono scoprire eroi positivi con i quali immedesimarsi, così come figure sinistre dalle quali volersi distinguere. Per carità, sempre storie rimangono, e non è detto che a un lettore di Pinocchio la fatina stia più simpatica di Mangiafuoco. Ma, certo, i due racconti che partono da quello stesso cognome, aprono mondi del tutto differenti.

Da un lato, il nonno potrebbe raccontare al nipote di un uomo che aveva nelle sue mani un potere importante. Uno di quegli uomini che, volendo, possono dare una piccola spinta a un pezzo della storia di tante persone, facendola andare verso una direzione piuttosto che un’altra.

Ok, probabilmente non gli avrebbero comunque mai dedicato una piazza, e il suo potere non era tale da influire sulle sorti del mondo, ma, nel suo piccolo, il Tavecchio di questa prima storia aveva l’occasione di lasciare un segno.
 Il nonno non avrebbe raccontato di come quell’occasione era capitata proprio al signor Tavecchio. Riteneva inutile spiegare a un bimbo di sette anni i giochi di potere, gli accordi e gli interessi inevitabilmente connessi all’assunzione di un ruolo del genere nell’Italia del 2017.

Carr abbraccia Tavecchio (AP)

Alla fine, poco importava come quel personaggio della storia fosse arrivato lì: è mai interessato a qualche bambino cosa ha fatto il principe prima di comparire per sconfiggere la strega e baciare Biancaneve? Certo che no, importa solo che la strega perda e che il principe sfrutti l’occasione per dare alla storia una direzione che ci faccia stare bene. 
Non avrebbe però potuto tacere la parte del racconto nella quale quel personaggio si barcamenava tra l’annuncio di riforme, condivise con i compagni suoi amici, e gli evocativi discorsi sul mitico Opti Pobà, leggendario eroe che, mangiando banane, arriva a giocare nella Lazio.

Ma soprattutto, da tifoso ancora un pò incazzato nonostante i 4 decenni passatici sopra, non avrebbe potuto tacere di come quella sera, tornando dal Meazza, avesse ascoltato tra radio e tv le voci di tutti: dallo storico portiere che piangeva, al giovane rimasto in panchina che si scusava comunque con gli italiani per non aver regalato loro un sogno. Eppure, tra le mille voci, era mancata quella del personaggio principale: lui, che poteva dare un colpetto alla storia, era sparito sul più bello, come un comandante che porta la nave a schiantarsi sugli scogli e lascia i marinai a spiegare come mai ai passeggeri increduli. 
Però era ricomparso due giorni dopo, arrogandosi il diritto di guidare ancora la nave e sicuro di poter dare, lui solo, quel famoso colpetto alla piccola storia dell’Italia del pallone.

La collisione sugli scogli svedesi? Solo un incidente di percorso. I sogni infranti dei passeggeri? Qualcosa che passerà, non mettiamola giù dura! 
E fine della storia. Perché, al di là di come sia proseguita dopo il 2017, il nonno una risposta a suo nipote l’avrebbe già data, lasciando aleggiare tra le righe la pochezza di chi non sa capire che una storia non la si scrive per se stessi, ma per farla leggere agli altri.
E se tutti gli altri trovano che faccia schifo… il minimo sarebbe smettere di scrivere.

Tavecchio calcia la palla (Wesley Hitt/Getty Images)

In questa mattina del 2059, però, è il nonno ad avere in mano le carte da giocare. E lui un’alternativa ce l’ha: potrebbe rispondere al nipote con la storia dell’altro Tavecchio. La storia di un italiano finito dall’altra parte dell’Oceano per innamorarsi di una palla. Sempre da calciare con i piedi, ma dalla forma ovale e il colore marroncino. Certo, è una vicenda più piccola, perché se il primo Tavecchio una spinterella alla storia l’avrebbe anche potuta dare, il secondo Tavecchio, sulla storia, al massimo avrebbe potuto soffiarci sopra. Ma sarebbe stato un soffio comunque forte abbastanza per far sognare tante persone.
Infatti, lui, in quel soffio ci aveva creduto davvero, e lo aveva inseguito per tutti gli States: dall’assolata Berkeley alla mitica San Francisco. Quindi nella fredda Green Bay e, poi, nell’industriosa Detroit.

Fino a tornare in California, dall’altro lato della baia: Oakland. Qui, il suo inseguimento aveva trovato fine; la fortuna gli aveva finalmente sorriso e l’Italia aveva trovato l’uomo che l’avrebbe portata sui più importanti campi dell’NFL.
 E quando quel Tavecchio, tra gioia e incredulità, dopo il fantastico esordio da giocatore titolare, forse si era reso conto di essere diventato il protagonista di una storia che non era più soltanto sua, con la palla ovale in mano datagli dal coach a riconoscimento della sua tenacia, e con tanti uomini enormi, sudati e mezzi nudi tutti intorno a lui, aveva avuto il coraggio di dedicare a loro (e con loro, a tutti noi) quel “soffio”, consapevole che essere protagonista di una storia, microscopica o enorme che sia, significa poter regalare un sorriso di speranza a tutti coloro che quella storia la sognano e la condividono.
 E la racconteranno ai propri nipoti. Da qui, al 2059.

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1 Commento

1 Commento

  1. Andrea

    21 Novembre 2017 at 2:00 PM

    Che bello sarà, nel 2059, raccontare ai miei nipoti le gesta di un ragazzo umile e dalla volontà d’acciaio, capace di pennellare con arte e potenza traiettorie lunghe e precise verso i pali della porta avversaria, una palla …. calciata coi piedi …. ma dalla forma ovale e il colore marroncino! Grazie Giorgio Ta-vec-chio! ….. Carlo chi?

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