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Minnesota Vikings

Skol Chant, il rito dei Vikings

Alla scoperta della tradizione vichinga

  • 4’ di lettura

Due colpi rimbombano nell’aria come il battito di un cuore condiviso da 66.000 tifosi, seguiti da un silenzio tombale, brevissimo, ma carico di attesa.

Poi, un ruggito si innalza dalla marea viola, più e più volte, seguendo un crescendo sonoro ed emotivo che farebbe rabbrividire anche gli animi più gelidi.

Questo è il rito che ogni due settimane si ripete nella capitale del Nuovo Regno Vichingo: lo US Bank Stadium di Minneapolis.

Lì dove in inverno si sfiorano i 45°C sotto lo zero, lì, dove le compagini nemiche vanno a morire, una nuova tradizione è emersa, un retaggio dei legami con gli antichi guerrieri scandinavi, in due parole stiamo parlando dello Skol Chant.

Skol Chant contro i Saints (Jamie Squire/Getty Images)

È una franchigia ricca di storia, quella di Minnesota, e, consci di ciò, i dirigenti dei Vikings, ideandone la nuova casa, hanno voluto a tutti i costi ricreare un ambiente perfettamente in linea con le radici della squadra, senza tralasciare alcun dettaglio.

Per questo, gli addetti ai lavori hanno interpellato Henrik Williams, titolare della cattedra di runologia all’Univeristà di Uppsala ed esperto di storia vichinga svedese e islandese, al fine di restare quanto più fedeli possibile alla realtà storica della popolazione più gloriosa ad aver solcato le fredde acque del Nord dell’Atlantico.

Tutti gli elementi presenti nel nuovo capolavoro architettonico delle Twin Cities seguono un perfetto filo logico, dalla “Nave Dragone”, riproduzione di quelle utilizzate per “i-viking”, cioè per saccheggiare le città nemiche, ai blocchi di pietra con incise frasi in alfabeto runico come “Honor your Legacy” e “Defend the North”, al mastodontico Gjallarhorn. 

Il corno che viene suonato prima di ogni scontro casalingo dalle leggende dei Vikings come Bud Grant, Carl Eller, Jim Marshall, Randy Moss, Cris Carter e John Randle, fino ad arrivare a Robert J. O’Neill, il Navy Seal che ha sparato il proiettile che ha ucciso Osama Bin Laden.

Il pezzo forte del repertorio, però, è rappresentato proprio dal Thunderclap, che molti ricorderanno anche eseguito dai giocatori della Nazionale Islandese di calcio durante gli Europei del 2016, soprattutto dopo la clamorosa vittoria contro l’Inghilterra.

Seppur simili, però, i due cori nascondono differenti sfaccettature: se, infatti, l’ “UH” di questi ultimi ha l’intento di riprodurre il suono caratteristico di un geyser in eruzione, lo “Skol” che, soprattutto di questi tempi, rimbomba in ogni angolo del Minnesota.

Discenderebbe o dal grido di battaglia che i guerrieri vichinghi innalzavano prima dei combattimenti, o, in maniera ancora più macabra, dall’augurio che precedeva i banchetti, eseguito ergendo dei calici derivati dai teschi dei nemici sconfitti, il cui cranio, secondo diversi storici, veniva tagliato in due trasversalmente e utilizzato come bicchiere.

(Julian Finney/Getty Images)

Ecco, dunque, come, dietro a quella che potrebbe apparire una mera trovata di marketing, si celino verità e misteri storici che contribuiscono a infondere nei tifosi viola e oro un senso di appartenenza strettissimo e necessario per spingere i giocatori che solcano il campo di battaglia ogni settimana verso la vittoria.

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