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Storie NFL

Giorgio Tavecchio: “Deluso, ma non mi arrendo. I Raiders mi hanno usato”

Tavecchio ci racconta in esclusiva le sue esperienze passate e le sensazioni future. Oakland, Atlanta, gli amici. Giorgio a 360 gradi.

  • 14’ di lettura

Sono giorni particolari in California. L’attesa, snervante, per una chiamata scandisce le ore del giorno. Giorgio Tavecchio però non ci fa tanto caso. Preferisce vivere il momento, si allena nella sua vecchia università e cerca di migliorare il rapporto con se stesso.

Niente rancori o perdite di tempo. Si tiene in forma, studia, si rilassa. Si concentra sul presente senza pensare al futuro. Tra un calcio e l’altro ripensa agli errori, alle esperienze passate e cerca di farne tesoro. È questa la chiave.

Il giorno del taglio, il workout “perfetto” ad Atlanta e gli amici conosciuti durante il suo viaggio. Le speranze e le sensazioni. Tavecchio si racconta senza tralasciare nulla. La delusione e la rabbia superate grazie alla fede.

Restare con le mani in mano servirebbe a poco. Bisogna lavorare in attesa di quella chiamata che prima o poi dovrà arrivare. “Meglio accendere una candela, che restare ad imprecare al buio”.

(Jim Brown-USA TODAY Sports)

Quali sono i tre fattori decisivi per sfondare nella NFL?

Gratitudine, molta fortuna e la fede. Devi essere al posto giusto al momento giusto. È un qualcosa che non puoi controllare, quindi devi essere bravo a coglierla. Per alcuni l’opportunità giusta arriva quasi subito, per altri c’è tanta attesa.

Per quanto riguarda il mio caso cerco di vedere l’aspetto positivo: ho avuto la possibilità, anche se dopo molto tempo. Molti come me non ci sono riusciti ad esempio. È una questione di prospettiva. La fede poi mi ha sempre aiutato a gestire i momenti di difficoltà. In sei anni di attesa, durante i quali mi hanno sbattuto la porta in faccia sull’orlo dell’entrata più di una volta, sono stati duri. Fondamentale sapere resistere a questi colpi, superare gli ostacoli.

In questo business, e in particolare modo in questo ruolo, paghi molto più le sconfitte che le vittorie. Sbagli anche un solo calcio e sei fuori. Devi essere bravo a saper resistere, imparare da ogni occasione e restare positivo. Devi essere grato.

È importante il concetto di amicizia nella NFL? Tu ad esempio hai ancora contatti con qualcuno?

La NFL è un business impersonale, trovare una persona con la quale riesci ad entrare in contatto è importante. Il legame tra giocatori è un aspetto molto delicato. Io ho avuto la fortuna di poter conoscere delle bravissime persone, e con alcuni di loro mi ci sento ancora. David Akers ad esempio è stato un punto di riferimento per me.

Ad Oakland c’è stata una vera e propria rivoluzione. Cosa accade esattamente quando arriva un nuovo Coaching Staff?

Le personalità cambiano, questo si, ma l’organizzazione resta pressoché la stessa. Orari e allenamenti cambiavano poco, forse giusto l’intensità. Con Gruden c’era tanto entusiasmo e ottimismo. Eravamo tutti eccitati dall’idea di essere allenati da una persona con la sua storia.

Si è parlato tantissimo del motivo e della tempistica del tuo taglio, tu che sensazioni hai avuto?

La mia situazione era decisamente particolare. Oggi c’è solo un mancino nella NFL. Io non ho una risposta concreta, non saprei dire se si tratta di un’attenuante o di una spiegazione. Sinceramente non ci ho pensato molto, io non potevo farci nulla. Ero parecchio tranquillo in quei giorni. Queste dinamiche non puoi controllarle, puoi solo reagire. Se inizi a pensare a queste cose ti complichi solo il lavoro. Io ero tranquillo e non mi aspettavo il taglio.

(Photo by Wesley Hitt/Getty Images) )

Com’è stata la dinamica del taglio? Te lo saresti aspettato?

No, è stato abbastanza inatteso. Dopo una settimana di ritiro non me lo sarei aspettato veramente. Non ero mai stato tagliato in quel periodo. Mi stavo allenando bene in quei giorni, non pensavo ci potessero essere problemi. Il giorno prima del taglio però avevano fatto un workout a Mike Nugent e mi era sembrato strano…

All’ora di pranzo, subito dopo aver finito di mangiare, mi hanno chiesto di portare il mio playbook dal General Manager, che mi comunicava il taglio spiegando che avevano deciso di seguire una nuova direzione. Mi hanno ringraziato per le partite vinte. È stata una conversazione breve. Ho preso le cose dal mio armadietto, pulito la camera dell’albergo dove eravamo in ritiro, e sono tornato a casa.

Come ti sei sentito?

È stata dura. Mi sono sentito deluso e dispiaciuto, ma ho capito cosa avrei dovuto migliorare nel mio rapporto con il football e il business. Ho pensato che non mi sarei arreso.

Nelle ore successive, c’è stato un giocatore che ti ha chiamato o lasciato un messaggio di conforto?

Ci sono stati molti ragazzi. James Cowser ad esempio mi ha scritto in più di un’occasione. Anche pochi giorni fa mi ha ringraziato per averlo trattato sempre bene e con rispetto. È una persona speciale, un ragazzo veramente per bene. Ascoltare il suo messaggio mi ha fatto sentire meglio.

E i vari Carr, Lynch invece?

Con loro è stato diverso. È accaduto tutto molto in fretta. All’ora di pranzo avevo saputo del taglio e mezz’ora dopo ero già in strada. Non ho avuto veramente tempo per andare a salutare e ringraziare tutti. Per telefono poi non ci siamo più sentiti.

(AP)

I Raiders hanno sempre detto di aver riposto una grande fiducia in te, ma quando si sono fatti male Nugent e Piñeiro com’è andata?

Si, mi hanno richiamato. Ho fatto il provino insieme ad altri quattro kicker ma non mi hanno scelto. È successo poco meno di un mese fa (in Italia la notizia non è trapelata). Non mi sarei però aspettato la chiamata, se mi avessero ripreso avrebbero mostrato di aver sbagliato quando mi hanno tagliato. E nonostante non fossi convinto di andare, è stato comunque bello rivedere delle persone con le quali ero molto legato.

Sapevo che mi stavano usando ma sono andato uguale. È stato strano però ritrovarsi al centro sportivo. Quel giorno ho anche calciato molto bene, ma non è bastato. Dipende tutto da mille fattori. Anche dalla stretta di mano con il coach. Io però ho dato il massimo.

Il non essere americano pensi che possa aver influenzato la tua carriera?

Non penso, o meglio non saprei rispondere. Tra l’altro essere italiano qui in America è molto cool. Quasi tutti quelli che ho conosciuto mi hanno svelato di avere qualche parente italiano. L’Italia viene vista molto bene qui, è molto apprezzata. Nell’ambito sportivo però non so se influisca. Può essere un pretesto (ride) come l’essere mancino.

Com’è il tuo rapporto con il tuo procuratore, come lo hai conosciuto?

Io ho avuto in questi anni sempre lo stesso procuratore. L’ho trovato sul sito della National Football League Players Association (il “sindacato” della NFL) al termine del mio ultimo anno di università. Ho mandato una sorta di curriculum a tutti quelli che operavano nella California e solo in due mi hanno risposto. Ho scelto poi la persona che aveva deciso maggiormente di puntare su di me. È stata una sorta di scommessa.

Come sono stati invece i giorni ad Atlanta, con quale spirito sei partito? Che aspettative avevi?

I giornalisti erano già sicuri che non mi avrebbero preso. Mi avevano chiamato solamente per potermi osservare. È stato però il mio miglior workout degli ultimi sei anni. È andato veramente bene, non avrei potuto fare meglio. Sapevo però come sarebbe andata a finire. Ho deciso comunque di provarci per poter giocare almeno una partita amichevole, (per tornare nel giro).

Ritrovare il ritmo, provare a me stesso che potevo superare questo momento di difficoltà. Mi hanno chiamato e io sono andato. L’esperienza è stata molto positiva in fin dei conti. L’ambiente era molto accogliente e positivo. Sono arrivato e sono andato subito a mangiare per rilassarmi. Tutto molto piacevole. Il GM e l’head coach mi hanno trasmesso una grande positività. Sono stato soddisfatto dell’esperienza.

Tavecchio contro Miami (AP)

Come stai vivendo questi giorni invece. Qual è la tua routine, ti stai allenando?

Vivo giorno dopo giorno. Mi alleno nella mia ex Univeristà e nel mio vecchio liceo. Faccio tutto da solo, sia in palestra che in campo. Nessun coach. Cerco di farmi trovare fisicamente pronto. Resto sempre molto positivo, mi concentro sul presente cercando di migliorare il rapporto con me stesso. Qui in America si dice: è meglio cercare di accendere una candela che arrabbiarsi con l’oscurità.

Ti sei dato un termine entro il quale dirai basta con la NFL?

Ancora no. Forse deciderò di tirare le somme al termine della stagione, ma ad oggi non ho nulla in programma. Non penso troppo al futuro.

In queste prime giornata di campionato molti kicker sono in crisi. Tu speri in qualche chiamata?

La speranza c’è sempre. Ogni domenica controllo il telefono, ma se non dovessero chiamarmi va bene comunque. Sono cose che non posso controllare, preferisco vivere il momento e restare concentrato. Non puoi rimanere solamente in attesa.

Gli italiani in cosa devono sperare per rivederti in campo?

In un’altra occasione. Io non riesco a sperare nell’infortunio o nella brutta giornata di un altro giocatore. Ho molto rispetto nei confronti dei miei colleghi. Giusto mia mamma non la pensa così (ride).

Tavecchio con la maglia dell’inter (Inter/Getty Images)

Adam Schefter recentemente ha scritto male il tuo nome in un tweet. Lo sapevi?

Si ricordo, ma non ci ho pensato minimamente. Era già successo a Green Bay che un’allenatore mi chiamasse sbagliando il nome. Capita. Sarà stato un’errore di battitura.

Stai seguendo la stagione? Tifi per qualche squadra in particolare?

In realtà non sto seguendo molto attentamente, io mi limito a tifare i kicker. Spero che facciano bene. In particolar modo per Colby Wadman, dei Denver Broncos. Una bravissima persona con una grande etica per il lavoro. Sono molto felice per lui.

Hai giocato con grandissimi campioni del calibro di Rodgers, Mack e Johnson ma con chi altro ti piacerebbe giocare un giorno?

Sarei sicuramente curioso di giocare con Tom Brady. È uno dei più forti della storia NFL. Mi piacerebbe vederlo dal vivo, condividere con lui lo spogliatoio. Capire che persona è.

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