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Storie NFL

Intervista a Habakkuk Baldonado, primo italiano a vincere un titolo NCAA

Thomas Habakkuk, per gli amici Haba, Classe '99 di Roma ha realizzato 1 placcaggio nello storico successo dei Pittsburgh Panthers ai danni dei Michigan Eagles per 34-30.

  • 13’ di lettura

Habakkuk Baldonado, per gli appassionati di football americano è un nome che inizia a suonare familiare. Sicuramente lo è in Italia, sua patria e paese nel quale ha imparato la basi del gioco fino ad arrivare, giovanissimo, in Serie A. Ma da un paio di anni, lo è anche nel luogo in cui conta di più, ovvero negli Stati Uniti, che del football sono la patria.

Qui Habakkuk gioca come defensive end, prima in Florida, dove si è messo in luce nel suo unico anno di High school alla Clearwater Academy International, con una stagione spettacolare condita da: 83 placcaggi, 30.5 sack, 9 fumble forzati e 3 recuperati in sole 7 partite; poi all’Università di Pittsburgh, dove, con i Pitt Panthers ha appena vinto il Quick Lane Bowl.

Un risultato storico, per quanto riguarda l’Italia della palla ovale versione football, e che proietta il sogno di Habakkuk su orizzonti che, forse, nemmeno lui pensava di poter sognare. Già da Roma a Pittsburgh il viaggio è lungo e complicato, ma, conquistata questa tappa, Baldonado non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Noi lo abbiamo incontrato e intervistato in una soleggiata giornata invernale:

Habakkuk “HABA” Baldonado con la mamma Paola


Da dove inizia la tua storia? 

“Da Roma ovviamente. Precisamente dal San Filippo Neri, dove sono nato. Mia mamma è italiana e mio padre – che ho perso all’età di 13 anni – caraibico. Ho vissuto la mia infanzia nel quartiere Torrevecchia, poi ci siamo trasferiti a Portuense. Roma è la mia città, ma per quanto ami questo posto devo dire che sono stato io a volermene andare, e grazie al football ci sono riuscito”.

Raccontaci come: 

“Ho iniziato a giocare a calcio, ma ero troppo grosso. Ho cercato così un altro sport, e grazie ai film come “L’altra sporca ultima meta” e “The Blind Side” mi sono innamorato del football. Il primo pallone ovale l’ho toccato a 11 anni nei Lazio Marines. Ho continuato giocando in Under 16, poi in Under 19 – per due stagioni – e infine in Serie A a 17 anni. Ho giocato fin da subito titolare, come defensive end, guidando il campionato in sack e placcaggi. Poi però mi sono infortunato e ho subito un calo delle prestazioni”.

E gli Stati Uniti? 

“Ho un amico che frequentava il liceo in Florida, alla Clearwater Academy Internationl, così mi sono proposto, ma non ho ricevuto una risposta. Poi sono stato convocato in Nazionale U19 e dopo la partita contro la Serbia all’Europeo, mi hanno contatto. Ho richiesto il passaporto e il visto il prima possibile e sono partito senza neanche pensarci. Quel giorno mio fratello mi aveva rotto il telefonino poco prima della partenza: ero così deciso che non ho neanche realizzato che sarei arrivato negli USA senza cellulare (ride)”.

Senza paura quindi? 

“Assolutamente, sono partito senza conoscere nulla, ma questo non mi spaventava. Era quello che volevo e non potevo lasciarmelo sfuggire. Ho deciso di provare per almeno 6 mesi, infatti ho comprato anche il biglietto aereo di ritorno, ma dopo esser tornato a Roma per qualche settimana sono ripartito subito. Questa volta con un biglietto di solo andata”.

Ti sei trovato di fronte ad un altra realtà?

“Dal punto di vista sociale si, da quello sportivo non proprio. Il livello tecnico delle High school americane (l’equivalente dei nostri licei) è pressoché lo stesso della nostra Serie A. Avendo giocato nel campionato italiano, anche con persone molto più grandi ed esperte di me, sono riuscito a colmare il gap d’esperienza con gli altri ragazzi: negli USA si pratica e si guarda il football fin da bambini!”.

Dunque l’impatto in campo è stato positivo?

“Decisamente. Ho collezionato numeri da record (83 placcaggi, 30.5 sack, 9 fumble forzati e 3 recuperati) nonostante il brutto infortunio subito al gomito. Durante la stagione mi sono scontrato contro il casco di un avversario rompendomi i legamenti, saltando però solo un paio di partite”.

Habba esulta dopo un placcaggio


E il reclutamento al College come lo hai vissuto? 

“Il mio è stato parecchio particolare. Negli Stati Uniti, i ragazzi mandano i loro video di presentazione alle Università al penultimo anno di High school. Io sono arrivato invece direttamente all’ultimo: sono stato costretto a giocare le mie ultime partite, dopo l’infortunio, in tutte le posizioni per mettermi in mostra”.

Chi si è fatto avanti per primo?

“Le offerte di università di Divison I non arrivavano, ma ero convinto che da qualche parte sarei riuscito ad entrare. Mi sarebbe bastata anche una di Division II. La prima a farsi avanti invece è stata la Coastal Carolina, che ha spinto per farmi firmare entro dicembre (dallo scorso anno gli alunni possono firmare anche a febbraio). Il giorno della firma però ho ricevuto anche una chiamata da Oregon, e da quel momento sono arrivate tante offerte una dietro l’altra (UCLA, Nebraska, California Golden Bears, Michigan State, Florida Gators). Sono venuti 5/6 coach al giorno al liceo per convincermi a scegliere la loro università”.

Perchè hai scelto Pittsburgh? 

“Avevo ridotto la scelta alle due università che avevano mostrato un maggiore interesse nei miei confronti: Michigan State e Pittsburgh. Ero convinto al 100 per cento che avrei scelto la prima, ma dopo lo scandalo stupri che l’ha coinvolta, ho cambiato idea. Michigan, tra l’altro, si trova nel nulla: abituato alla città non ero attratto da questa prospettiva. Pittsburgh invece mi ha dato subito una buona impressione, e il fatto che abbia un aeroporto internazionale che mi permette di tornare facilmente in Italia, ha semplificato la scelta. Sono molto contento di essere qui ora, sono l’unico italiano nella storia ad aver ottenuto una borsa completa per un’università di Division I.”

Quest’anno con i Panthers hai vinto il Quick Lane Bowl, che sensazione hai provato?

“È stato sicuramente emozionante, è bello alzare al cielo un trofeo. Al termine della partita alcuni ragazzi mi hanno anche chiesto di regalargli i guanti e la maglia; sono momenti che ti fanno davvero sognare. Ma durante i miei due anni a Pittsburgh ho giocato anche altre partite emozionanti: la partita con Clemson ad esempio.”

Il passaggio dal football liceale a quello collegiale com’è stato? 

“Ho dovuto ricominciare da zero. Sono arrivato che pesavo 90 kg, ora invece sto a 116. Ho lavorato tantissimo sulla tecnica, sul fisico e sull’aspetto mentale. Si gioca ad un livello altissimo, i giocatori sono fenomenali. Veloci, potenti cattivi. Qui conta anche il dettaglio più piccolo, devi essere convinto e concentrato ogni minuto del tuo tempo.”

Raccontaci la tua giornata tipo:

“Ci svegliamo alle 5.30, allenandoci 5 giorni su 7. Andiamo al campo, ci pesiamo e facciamo il test delle urine per vedere se siamo idratati. Poi lo chef degli Steelers ci prepara una colazione ultra abbondante: 4 uova, salsiccia, bacon e un bagel con la crema al formaggio. Una volta finito scendiamo in campo. Ci alleniamo 2 ore sul terreno di gioco, prima di andare in palestra per un ora. I giocatori si creano qui, non in partita. Terminiamo la giornata con la sala video, dove vediamo anche filmati per capire le tecniche della NFL. Analizziamo ogni dettaglio: come muovere il ginocchio, il piede, dove guardare prima dello snap e la stance degli avversari”.

Habba con la maglia di Pitt


Cosa ti correggono i coach? 

“Lo sguardo, quella è una cosa fondamentale. Noi non dobbiamo guardare il pallone, noi dobbiamo guardare il lineman che abbiamo davanti. Osservare come ha posizionato piedi, gomiti e mani. Quella è la nostra chiave di lettura per capire il loro prossimo schema. È uno sport di dettagli”.

Dalla tua Università è uscito uno dei defensive lineman più forti di sempre: Aaron Donald.

Hai mai studiato il suo modo di giocare?

“Aaron lo conosco bene, viene ad allenarsi spesso a Pitt. Qualche volta è venuto anche di lunedì, dopo la partita prende un aereo e si allena con noi. È un professionista di altissimo livello, si impara tantissimo guardandolo. È anche molto simpatico e disponibile: se hai bisogno di una mano con i pesi e sempre pronto ad aiutarti. Lui, come tutti i grandi campioni NFL, ovviamente si forma in allenamento e non in partita. Quella è un passeggiata a confronto”.

Parlando proprio di campioni NFL: hai qualche idolo?

“Sinceramente no, mi piace molto Myles Garrett. È forte e velocissimo, un grande. Ma lo stesso discorso vale per le squadre NFL. Se dovessi arrivarci – dal prossimo anno potrò essere eleggibile al Draft – non farei preferenze. Sarebbe già tanto arrivarci, e io ci sto provando”.

È il tuo obiettivo quindi? 

“Il football è passione, ma anche un business. Questo è uno sport che può essere praticato gratuitamente fino ad un certo punto. Non puoi distruggerti fisicamente per nulla. Io lavoro senza mai mollare la presa. Mi alleno, mangio e vado a letto alle dieci. Non esco a bere una birra il sabato, non vado in discoteca. La mia priorità è il football, e io questo devo fare. È un’opportunità e deve essere una garanzia. Per la NFL si vedrà…”.

La Nazionale è invece un capitolo chiuso? 

“Spero di no, anche se adesso non posso più giocarci. Faccio sempre il tifo per loro, per i miei vecchi amici. Quando posso li guardo in streaming, sono molto contento per i risultati che stanno ottenendo”.

Che idea ti sei fatto del campionato italiano dopo aver visto come funziona qui negli USA? 

“Noi purtroppo abbiamo solo tanta passione, ma poca cultura. Ovviamente il livello tecnico non è paragonabile, ma su alcuni aspetti potremmo fare meglio. Negli Stati Uniti la priorità principale è il football, in Italia no. Saltare un allenamento lì è gravissimo, qui no. E questo fa già la differenza. Strutture e organizzazione non parliamone nemmeno…”.

Svelaci infine una curiosità: perché indossi il numero 87? È numero da ricevitore!

“È proprio questo il motivo, io in Italia ho iniziato proprio come ricevitore. Un amico e compagno (Paolo Biancalana) mi diede questo numero, io non l’ho più lasciato. Mi piace e ci sono affezionato.”

Ma se dovessi arrivare nella NFL dovresti cambiarlo?

“In quel caso non sarebbe un problema (ride). “

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